Battonze al cimitero

In visita agli amici Sassi di Chicago ho avuto il tempo e il piacere di ricordare tante storie passate insieme.

Una in particolare ci ha fatto ridere di gusto, una piccola vicenda vignolese…

Eravamo a metà degli anni ottanta, in quei lunghi mesi freddi e allora nebbiosi che salutano il gennaio e ti portano verso aprile.

La difficoltà era come sempre di trovare cose interessanti da fare il sabato sera, divertenti, diverse, perché a 18 anni ci si autovieta di annoiarsi.

Così a Marcello, in una piatta mattinata del rigido liceo Allegretti, balzò il colpo di genio e iniziò a raccontare a due integerrimi amici che dietro il cimitero di Vignola al sabato sera vi era un giro di prostitute.

Ovviamente gli integerrimi erano anche assai curiosi, così Marcello con fare marpione gli disse che avrebbe organizzato per quel sabato sera un “puttan tour cimiteriale” modello guardare e non toccare…

L’esca era stata lanciata e i pesci avevano abboccato, si preannunciava un sabato sera divertente.

Ora bisognava organizzare la pièce teatrale, e serviva una nobildonna che si prestasse al gioco.

Essendo però un ruolo compromettente e non volendo far perdere integrità morale alle ragazze della compagnia con unanime votazione venni eletto nobildonna in vendita, solo per una sera.

Quindi, questo accadde:

Ore 20:30 – escono di casa i miei genitori inconsapevoli di avere per quella sera un figlio di facili costumi

Ore 21:00 – Tutto il gruppo degli amici, saremo stati in quindici, si radunano sommessamente a casa mia per preparare dettagli e travestimento.

Ore 21:30 – Esco dalla camera di mia madre di tutto punto agghindato come di seguito elencato, dal basso all’alto:

– Stivale camperos di mio fratello, l’unica calzatura con una parvenza di tacco che entrava nel mio piedino da cenerentolo n.45

– Calza collant di mia madre, che il cavallo mi arrivava circa a mezza coscia ma tira che ti ritira, con qualche smagliatura alla fine è arrivato quasi al posto giusto

– Vestitino “tubino” da sera nero probabilmente di mia nonna, chiuso sul retro con spilloni e tiranti che ci mancavano almeno 40 cm alla chiusura zip

– Reggiseno materno gonfiato con palle di Scottex, immancabile nella cucina di mio padre

– Collanone in finto oro e perle modello palla da biliardo, che qualsiasi rapper moderno mi avrebbe invidiato a morte

– Pelliccia di visone di mia madre, qui se mi avesse tanato rischiavo la decapitazione

– Parrucca riccia biondo-platino stile Platinette sbucata non so da dove

– Trucco piuttosto evidente, a quei tempi si sarebbe definito “da battona”, quindi perfetto per l’occasione

– Borsetta nera a manico corto riempita di monetine tintinnanti ad uso “campanello da mucca”

– E per finire guanto lungo bianco, infilato col borotalco, che proprio le dita non entravano.

Nel complesso, posso assicurare, risultavo un cesso totale che nemmeno il più affamato dei camionisti slavi in astinenza pluriennale avrebbe avuto il coraggio di avvicinarsi, tant’è…

Ore 22:00 – Ci trasferiamo dietro al cimitero, allora con piazzale solo ghiaiato e piuttosto dimesso e accendiamo il fuoco dentro un grande bidone portato per l’occasione (oh, c’era veramente freddo, poca invidia per le mestieranti vere…).

22:15 – Parte l’R5 Alpine nera guidata da Stefano (unico maggiorenne patentato tra di noi) con Marcello, diretta all’appuntamento per caricare i poveri ed inconsapevoli curiosi.

22:25 – Gli amici si nascondono dietro piante e cumuli di ghiaia che circondavano il piazzale per godersi lo spettacolo.

In scena rimango solo io, giro impaziente intorno al bidone col fuoco scaldandomi le mani e sventolando la borsetta con tecnica degna degli sbandieratori della festa della fioritura.

22:30 – È l’ora: Stefano e Marcello si avvicinano lentamente con l’auto dopo aver caricato sui seggiolini posteriori Nico e Carlo Alberto, che guardano intorno sospettosi.

Gli eventi si susseguono veloci, ma occorre fare una precisazione: Carlo Alberto ha passato in classe con me le medie, mentre con Nico ci vediamo dall’età di anni zero, quindi mi conoscono bene; ma il teatro è magia, e sa descrivere traiettorie credibilissime…

Stefano ferma la macchina a qualche metro dalla mia postazione di lavoro, e dopo aver confabulato con gli altri scende, si avvicina e finge di parlarmi.

Passano trenta secondi, esce anche Marcello che a sua volta si avvicina: quanto vuoi, chiede.

I due seduti dietro guardano la scena da distanza di sicurezza.

Continuiamo per un paio di minuti a fare finta di parlare e trattare, gesticolando ampiamente; ogni tanto mi allontano fingendomi non interessato e rispondendo con un falso falsetto alle richieste dei miei spasimanti, facendo volteggiare la borsetta.

E qui Nico ci stupisce, estrae il coraggio, scende e mi si avvicina, squadrandomi da testa a piedi.

Pensavo mi avrebbe riconosciuto subito, invece va da Marcello e lo sento dire: oh, questa è brutta però eh…

Mi scappa da ridere ma resisto, però bisogna cogliere l’attimo.

Brutta, mi hai dato della brutta? domando con un improbabile falsetto a mezza voce.

No, no, non parlavo di te, si difende Nico.

Ah, e di chi se no, ci sono solo io! (falsetto più forte).

No, no, dai; chiosa Marcello.

Io sto lavorando qui; se non avete i soldi lasciatemi stare che mi fate perdere i clienti (falsetto 20 decibel accompagnato da rotazione compulsiva della borsetta).

Poi inizio ad avvicinarmi con fare minaccioso.

Stefano: scappa scappa, questa ci picchia.

Corrono tutti verso la macchina, mentre li inseguo sborsettandoli e strillando le mie migliori note alte: farabutti, vi faccio vedere io adesso.

Nico si ripara la testa, non riesce subito ad aprire la portiera e mi urla contro lanciandomi pure un sasso, poi si getta dentro sentenziando: oh, ma questo è un uomo!

Giro dall’altra parte dell’auto dove Carlo Alberto con occhio atterrito urla: aiuto, aiuto! e attaccato a due mani alla maniglia interna tira come una piovra per non farmi aprire lo sportello; lo sento urlare: dai, vai, scappa scappaaaa!

Stefano intanto è entrato, accende l’auto e ingrana la prima partendo.

Io sborsetto veemente il tetto della macchina e vedo i due prodi coprirsi la testa come se stessero prendendo le botte dalla mamma.

Scappa, scappa che ci prende la targa, rincara Marcello.

L’auto si allontana sgommando e lasciandomi urlante a scuarciagola, ma oramai vinto dalle risate.

La virtù dei baldi giovini è salva, sono riusciti a fuggire.

I due furono poi informati dell’inganno, e riportati sul luogo del delitto ridemmo insieme di gusto dell’accaduto.

La serata finí con tutto il gruppo, compresi gli incolpevoli malcapitati, a mangiarci un panino alla vecchia piazza, già allora un’istituzione.

Uno dei due prodi, non ricordo chi, si attentò poi a dire che lui comunque aveva capito tutto subito, e fu insultato per i mesi a venire.

Per fortuna (o purtroppo) non rimangono foto a testimoniare l’evento, ma posso assicurare che quanto sopra riportato è tutto, quasi, accaduto veramente.


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